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19 gennaio 2012

Colosseo, attirare fondi per l'intero patrimonio

La vicenda della sponsorizzazione del Colosseo evidenzia un paradosso tutto italiano.

Con oltre 5 milioni di visitatori e 33 milioni di incassi nel 2010 (dati MIBAC) il circuito Colosseo- Fori Imperiali rappresenta non solo un’eccellenza storico-artistica ma una vera e propria miniera economica.

Ciò senza considerare il valore indotto: quante persone in meno verrebbero a Roma se non vi fossero il Colosseo e i Fori Imperiali?

Se allora il polo rappresenta un valore oltre che simbolico e archeologico un valore economico decisivo, è doppiamente incomprensibile come lo stop della sponsorizzazione possa compromettere i lavori di restauro.

Se pensiamo poi che l’impegno dello sponsor Della Valle consisterebbe in 25 milioni in 20 anni, ossia di poco più di un milione di euro l’anno, il Colosseo sarebbe in grado di “autofinanziarsi” – senza neanche incidere sulle casse pubbliche- con un semplice e sostenibile aumento del prezzo del biglietto di soli 22 centesimi a visitatore!

Vale la pena aprire allora, come ha proposto su questo giornale Orfini, una riflessione sulle sponsorizzazioni e su una loro regolamentazione in positivo, che faciliti e non ostacoli il mecenatismo dei privati.

Insieme a questa riflessione vale anche la pena aprirne un’altra: come il patrimonio storico-artistico può essere reso più produttivo grazie ad una efficace gestione pubblica e come le risorse che tale gestione può trovare aiutino in generale la tutela di tutto il nostro patrimonio.

Nel caso specifico del Colosseo, si proceda allora, anche con un simbolico ritocco del biglietto di ingresso, all’avvio del restauro. Quando poi sarà chiarita la vicenda sponsorizzazione, cioè quando qualcun altro – politico o organo di giustizia- metterà una “pezza” all’ennesima incapacità di Alemanno e della destra, le risorse private vengano impiegate per il completamento. In tal modo si produrrà anche un surplus di risorse che varrebbe la pena impiegare per il recupero di ulteriori beni culturali.

Vanno superati sia l’approccio della destra, per cui essendo la cultura improduttiva non merita risorse salvo quelle di qualche novello Mecenate, che quello “pubblicista” tradizionale, secondo cui il bene culturale va preservato con denaro pubblico ma non messo a reddito.

Andiamo oltre. L’Italia ha degli attrattori culturali di livello mondiale (Roma, Firenze, Venezia e tanti altri ancora) che se ben gestiti possono produrre ricchezza, “autofinanziare” la propria preservazione, intercettare risorse private aggiuntive.

Una efficace e moderna politica culturale non può sedersi sul fatto che il Colosseo sia in grado di attrarre uno o più sponsor privati ma deve puntare a fare del Colosseo e delle altre eccellenze culturali italiane degli attrattori di risorse adeguate a sostenere la tutela dell’intero patrimonio culturale nazionale.

Identità e simbolo del paese e delle singole comunità locali, il nostro patrimonio storico e artistico è quel petrolio pulito, inesauribile, sostenibile, che può darci quel posto nel mondo che ancora facciamo fatica a trovare nella società globale del nostro tempo.


Pierluigi Regoli

Unità 18 gennaio 2012

31 maggio 2011

“Oltre” Berlusconi.. non c'è Prodi

Una bella festa quella di ieri.. ci voleva proprio dopo tanti anni. Era dalle regionali 2005 che il centro sinistra non coglieva una vittoria così piena.

A costo di passare per guastafeste però un appunto va fatto, anzi a maggior ragione va fatto nel momento della vittoria, perché si può avere la forza di fare operazioni e accelerazioni altrimenti non possibili.

Vedere, ieri pomeriggio, Prodi arrivare – a discorso già iniziato- e precipitarsi sul palco del Pantheon può aver suscitato un affetto e una simpatia umana. Ma pone anche una domanda scomoda: ripartiamo da Prodi?

Quella dell’Ulivo e soprattutto quella dell’Unione, sono state vicende straordinarie ma tragiche su cui, passati un po’ di anni, varrebbe la pena riflettere (magari “storicizzando”), sfatando miti e liberandoci dall’alone epico che ancora le circonda.

Siamo sicuri che negli anni novanta fu fatta la migliore riforma possibile del mercato del lavoro? Siamo convinti ancora che l’indulto sia stata una ottima legge? Che il sistema sanitario regionale disegnato dal centrosinistra e il pacchetto federalismo (quello del 2000) siano stati elementi straordinari? Che l’intervento sulle pensioni e sui TFR sia stato un fatto straordinariamente positivo?

Dovremmo imparare dal 1993-94 e dal 2005-06 (quando in pochi mesi Berlusconi recuperò proprio su Prodi un paio di milioni di voti): il voto locale indica una speranza di cambiamento, ma sarebbe un errore presumere che tale cambiamento sia sic et simpliciter perennemente associato al centrosinistra.

Non sappiamo quando si voterà, ma da ieri è partita la campagna elettorale nazionale. Una partita tutta da inventare, una partita che si vince anche se si riesce a superare con una nuova visione quella, ormai consumata, degli anni novanta. Sono passati quasi vent’anni: in un tale lasso di tempo i software non si aggiornano più, si passa direttamente alla generazione successiva (a volte due).

30 aprile 2011

Domande in libertà sull’intervista al Foglio

Sia concessa qualche congettura sull’intervista di Veltroni a Il Foglio.

1) Innanzitutto la scelta della testata e l’incipit dell’intervista. Un segnale interno per dire sparigliamo i giochi e costruiamo un nuovo asse?

2) Seconda questione. Per la prima volta viene calato un “tris”: Zingaretti, Chiamparino, Renzi. Tre profili molto diversi tra loro. È l’idea di un nuovo patto che vada oltre il gruppo dirigente che ha gestito gli ultimi dieci anni di centro-sinistra?

3) Ultimo tema. Davvero non sta rientrando in gioco?

1 marzo 2011

Cambiare strategia. Dalla responsabilità all’innovazione.

Il count-down per poter votare prima dell’estate si avvicina verso il punto di non ritorno. È sempre più verosimile che il tormentone iniziato ad agosto e che continuerà ancora nei prossimi mesi non porterà alle elezioni anticipate né, nell’immediato, a maggioranze parlamentari alternative. Lo dice il mutato clima, lo dicono i giornali che hanno abbandonato la notizia, lo dicono i numeri. Sul Milleproroghe 309 voti a favore, solo 289 contro.

Un esito da ordinaria amministrazione parlamentare. Governo sotto la maggioranza assoluta ma opposizione innocua. Più brutalmente: il quasi pareggio di dicembre è un ricordo lontano.

Forse vale la pena chiedersi se nel conto delle personali opportunità, dei trasformismi e contro trasformismi, non vi sia comunque una percezione razionale di un quadro politico in cui, in fondo, l’alternativa al presente governo non c’è o qualora vi fosse, non sarebbe preferibile. Di nuovo in termini brutali: rispetto al governo in carica troppi, dentro o fuori il parlamento, vedono una sua caduta un salto nel vuoto. E non parliamo di poteri forti o di potenti lobby.

È scandaloso dire che oggi serve un cambio di strategia? Che l’idea della gioiosa macchina da guerra, del tutti insieme appassionatamente, dell’Unione allargata ad improbabili nuovi compagni (camerati?!) di strada non è la risposta che serve a questo paese? E che di questo gli italiani sono ben coscienti?

È scandaloso dire che la spallata sarà possibile – ora o nel 2013- solo con una costruzione alternativa e che questa alternativa passa per un disegno nuovo, per un progetto politico che sia più coerente e vicino al “valore” innovazione insito nel brand PD più che al valore “responsabilità” tipico delle Große Koalition?

Non è l’ennesima, ormai ventennale. promessa di transizione quella che serve e che chiede il paese.

Serve una fase completamente nuova, se il termine non scandalizza: una terza repubblica, una discontinuità forte nella pratica politica, civile ed economica (senza scomodare la criminalità, quanti investitori esteri hanno evitato o abbandonato l'Italia per il connubio politica/affari?) che ha contraddistinto i venti anni berlusconiani.

14 febbraio 2011

Blogger style

Qualcuno che conosce il blog www.qualcosadiriformista.ilcannocchiale.it da diversi anni (e l'ha frequentato) ha ben pensato di prendere il titolo e l'acronimo di questo blog  e farne una sua testata on-line, senza informare nè chiedere il consenso all'autore. Una cosa molto spiacevole, scorretta e contraria a quel codice di rispetto della rete, ben altra cosa rispetto al copyright, che potremmo chiamare bloggerstyle. C'è chi ce l'ha e chi no.. certo è che scoprirne la mancanza nella rete democratica è veramente cosa triste. Non resta che appellarci alla solidarietà e all'affetto dei blogger che lo style ce l'hanno.




permalink | inviato da qualcosadiriformista il 14/2/2011 alle 23:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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