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27 ottobre 2009

W il 25 ottobre



La giornata del 25 ottobre ci consegna due vincitori chiari, il popolo delle primarie e Bersani.
Il “lodo Scalfari” (l'accordo politico, non statutario) avrebbe consentito a Bersani di diventare segretario anche senza superare il 50%, ma non è da poco – in termini di risultato e di agibilità politica- avere il controllo dell’assemblea nazionale.
Al tempo stesso, il risultato complessivo delle primarie ci dice che vi è una opzione politica prevalente ma non esclusiva, quella di Bersani, e le altre opzioni – quelle di Franceschini e Marino- che trovano comunque un ampio seguito sia tra gli iscritti che tra l’elettorato del partito.

Bersani ha quindi un doppio compito.

Innanzitutto, quello di governare, a partire dal suo progetto politico, il PD, costruire le condizioni perché vinca elettoralmente e si consolidi territorialmente.
Dal profilo di opposizione alla costruzione di un progetto di alternativa (incluse le alleanze), passando per la costruzione del gruppo dirigente, Bersani ha l’onere e l’onore di praticare il progetto politico con cui è stato eletto.

Il nuovo segretario ha poi un secondo compito, quello di dare cittadinanza politica alle altre opzioni, anche assumendone proposte e contenuti. Insomma, dovrebbe fare quella che una volta si chiamava “sintesi politica”.
Un primo, simbolico, terreno su cui ciò potrebbe essere fatto è quello di confermare al popolo delle primarie, cioè i sostenitori e i simpatizzanti democratici, la sovranità di scelta del segretario.
La sintesi riguarda poi la capacità di costruire una proposta politica in cui si riconosca il partito nel suo complesso, dai 200.000 iscritti e poco meno di un milione e mezzo di “primaristi” che hanno scelto Franceschini e Marino. Anche la costruzione del gruppo dirigente è un momento di questa sintesi. Ciò vale a livello nazionale e territoriale.

Un esempio non casuale. Tranne che in Friuli, tutti i segretari regionali eletti domenica (con il traino quasi sempre decisivo del collegamento nazionale) sono collegati a Bersani.
Un numero limitato di regioni eleggerà il proprio segretario in assemblea regionale. Qui il segretario nazionale può fare due cose: lavorare per “fare cappotto” o dare un segnale di apertura vero.
Con il 53%, Bersani può avere con sé 18/19 segretari regionali su 20 o “solo” 15. La scelta non è di “giusta proporzione” o di generosità o di opportunità politica ma di impostazione. Parafrasando: una impostazione di "buon"senso.

Fare sintesi anche nei gruppi dirigenti significa anche riconoscere uno spazio politico alle minoranze soprattutto dove – come nel Lazio - queste nel loro complesso sono capaci di esprimere una opzione politica (non solo numerica) maggioritaria.
Tanto più, per quanto riguarda la Regione Lazio, in un contesto in cui le vicende di questi giorni stanno delineando un quadro difficilissimo per il centro-sinistra che improvvisamente si trova in crisi alla vigilia delle elezioni regionali.
Compattare e unire il partito in questo momento vuol dire fare un lavoro che coinvolga tutti. Bersani dovrà scendere direttamente in campo nella partita del Lazio e ciò dovrebbe essere una buona garanzia per chi l’ha sostenuto a livello locale. Proprio per questo, un’assunzione di responsabilità collettiva sarà più facile da raggiungere se – senza tanti giri di parole- alla segreteria regionale sarà eletto Roberto Morassut.

Rispettare il significato del voto delle primarie significa anche saperlo leggere.
Tale ragionamento si intreccia anche con quello che riguarda la capitale, dove nel complesso Bersani è sotto il 50% (e il risultato congressuale) e Mazzoli perde alcuni punti rispetto allo stesso Bersani.

Franceschini e Marino, con il gruppo dirigente che li ha sostenuti, hanno un compito altrettanto importante e difficile.
Dopo aver riconosciuto il risultato, hanno due responsabilità: non abbandonare il campo e fare quadrato intorno al nuovo segretario.
Quando circa metà del popolo delle primarie e quasi metà partito non hanno votato il segretario nazionale, le minoranze devono tenere il campo che li ha sostenuti. Se si defilassero, il rischio sarebbe quello di avere mezzo partito e mezzo elettorato senza punti di riferimento, con tutto ciò che ne conseguirebbe: sfiducia, disimpegno (i grandi leader si spostano da un partito all’altro, o – se più seri- si limitano a fare il lavoro parlamentare, i militanti semplicemente fanno un po’ di attività in meno etc. etc.), distacco.
Il Partito Democratico non se lo può permettere. Stare in campo significa portare avanti nel dibattito politico quelle idee su cui hanno raccolto consenso e che hanno convinto molti a mettersi in coda domenica scorsa. Con l’idea di poter incidere sulla linea politica generale (il segretario, dicevamo, ha anche l’onere della sintesi). Con la responsabilità, poi, che la una volta scelta una linea questa valga per tutti. Non solo. “Fare quadrato” è qualcosa di più che non ostacolare le scelte, è portarle avanti, difenderle in pubblico, sostenerle nel dibattito interno. E significa contribuire a far crescere il partito, ad aumentarne il numero di elettori, a convincere altri ad iscriversi.

Oggi al PD servono una maggioranza solida e una minoranza presente.
Un partito compatto, che è quello che ci chiedono gli italiani, si costruisce a partire da qui, senza falsi unanimismi e senza continue differenziazioni.

L’impresa non è, tutto sommato, delle più difficili.

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