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8 giugno 2012

Direzione PD, gli "implitici" della candidatura di Bersani

La candidatura di Bersani e la scelta delle primarie hanno alcuni “impliciti” che meritano attenzione.

Il fatto in sé di parlare di leadership per le politiche implica che il PD rimane ancorato al solco del bipolarismo. Cosa non scontata visto il dibattito degli ultimi mesi. Ora non potranno non esserci implicazioni sulla possibile (improbabile?) riforma elettorale. Difficile tenere la bozza Violante. In qualche modo un premio di maggioranza diventa essenziale alla linea espressa oggi in direzione.

Secondo aspetto: le primarie aperte. Anche forzando lo Statuto – che indica nel segretario il candidato in pectore di tutto il PD- prendendo pragmaticamente atto del quadro attuale Bersani conferma il metodo delle primarie come quello che guida il PD. Per di più primarie aperte, in cui potranno, a cominciare da Renzi, candidarsi anche più personalità del PD. Si salva così l’impostazione di partito aperto e dell’innovazione. Non era scontato.

Detto questo, la scelta per la leadership sarà scelta che riguarderà i contenuti e le alleanze.

Se impostato correttamente sarà a partire dai contenuti (che vengono prima delle alleanze) che si configureranno alleanze e potenziali candidati alternativi.

Bersani che parte per primo ha il vantaggio parlare per primo e l’onere di chiarire alcuni punti che hanno diviso il centro-sinistra e il PD: più risponderà adeguatamente a questi temi meno campo lascerà agli altri. E viceversa.

Crescita economica: come riparte questo paese? Con una versione 2.0 dell’industria di largo consumo cara al modello nord-ovest e emiliano-marchigiano (elettrodomestici) o si può immaginare qualcosa di più innovativo?

Mercato del lavoro, la “grande riforma” non si è vista: il PD se vincerà rilancerà il contratto unico o declinerà un’opzione “socialdemocratica” ad oggi solo sospirata ma non declinata?

Riforma fiscale: semplificazione, patrimoniale, beni di lusso. Quale ricetta?

Alleanze: chi sono i progressisti e i moderati? E soprattutto: chi fa il riformista?

Su questi punti – e altri che altri potranno aggiungere- si gioca il futuro del paese.

Al candidato premier la prima risposta..

17 aprile 2012

Antipolitica: ripulire il PD.

Nell’indubbia eleganza speculativa, il dibattito aperto da Reichlin e rilanciato da Macaluso sul tema PD e l’antipolitica non risponde alla sostanza delle accuse che sono mosse: la pratica politica e gestionale, i comportamenti, il modus operandi del PD e dei suoi rappresentanti risponde alla domanda di onestà, trasparenza, integrità che viene da grande parte – anche etero diretta- della società italiana?

Se guardiamo alle prime linee del partito, non v’è dubbio che il PD sia un partito sostanzialmente sano. Appena però dalla testa abbassiamo lo sguardo sul resto del corpo, vediamo come si siano palesate situazioni – da Bologna alla Puglia, dalla Campania a Milano- che lasciano molti interrogativi aperti. Ancor più che questi casi, e altri più locali, colpisce nel PD un eccesso di tolleranza che spesso diventa pilatismo verso pratiche e comportamenti poco ortodossi. Senza fare la caccia alle streghe o appellarci solo ai puri più puri, chiunque abbia passato più di un paio di mesi nei circoli sa bene di cosa si parli. Dalle tessere alle truppe cammellate nei congressi locali, dalle cene elettorali di alcuni candidati alle macchine organizzate di qualche corrente. Comportamenti e situazioni spesso minoritarie, rispetto alle quali prevale una spocchiosa presunzione secondo cui tali situazioni, in fin dei conti, se ben governate tornano anche utili nella battaglia interna. Risultato: ogni area – o meglio- corrente nazionale “tiene i suoi”.

Per contrastare l’antipolitica servirebbe che il PD facesse innanzitutto due cose.

Primo, “disarmare” le correnti: sciogliere ogni corrente e condannare la pratica correntizia.

In secondo luogo, approfittando dell’estate, sarebbe utile che i big nazionali (anche in gruppo) si facessero un giro per il partito da sud a nord e buttassero fuori a calci nel sedere quei personaggi dai comportamenti e dai modi operandi evidentemente incompatibili con l’essere democratico.

Fatto ciò si potrà speculare sul resto.

Soprattutto sul fatto che oltre a una sana testa, il partito è sano anche nell’estremità opposta, ossia ai piedi (o base che dir si voglia).

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